Tutto è vero, niente è vero: come convivere con l’incertezza senza perdere te stessa
Le certezze ci orientano, ma a volte diventano identità. Imparare a metterle in discussione non significa perdere la propria verità: significa recuperare libertà di scelta.

Quando una certezza si sgretola, la nostra identità vacilla
C’è una domanda che raramente ci concediamo di formulare fino in fondo: se domani scoprissi che una delle certezze su cui ho costruito la mia vita non fosse del tutto vera, che cosa resterebbe di me?
Non mi riferisco necessariamente a una bugia. Penso a quelle convinzioni che, per anni, ci hanno dato una direzione: l’idea che una relazione fosse per sempre, che un ruolo professionale ci definisse, che una famiglia dovesse funzionare in un certo modo, che una persona fosse affidabile oppure che noi, per essere amate, dovessimo continuare a comportarci come abbiamo sempre fatto.
Quando una certezza di questo tipo si incrina, non compare immediatamente una verità più ampia. Prima arriva uno spazio vuoto, e quello spazio può essere molto più destabilizzante della convinzione che abbiamo appena perso. Perché una certezza non serve soltanto a descrivere la realtà: spesso serve a tenere insieme la nostra identità.
È da qui che nasce il paradosso che dà il titolo a questo articolo: tutto è vero, niente è vero. Una formula che, se presa alla lettera, rischia di diventare relativismo. Non tutto è vero. Esistono fatti, responsabilità, dati verificabili, errori e bugie. Ciò che non è mai del tutto neutro è il modo in cui quei fatti vengono percepiti, interpretati e inseriti nella nostra storia.
La realtà esiste anche fuori di noi. Ma noi non la incontriamo mai senza un filtro.

Perché convivere con l’incertezza è così difficile per il cervello
Il cervello non aspetta passivamente che il mondo gli spieghi che cosa sta accadendo. Anticipa, confronta, corregge e costruisce continuamente modelli utili a orientare il comportamento. Le teorie del cervello predittivo e il principio dell’energia libera di Karl Friston descrivono, con linguaggi e livelli diversi, questa tendenza dei sistemi viventi a ridurre lo scarto tra ciò che si aspettano e ciò che incontrano.
Questo non significa, come a volte viene semplificato, che il cervello cerchi sempre la certezza o che preferisca necessariamente una “comoda bugia” alla verità. Significa che l’imprevedibilità richiede aggiornamento. Quando gli eventi smentiscono il nostro modello interno, dobbiamo riorganizzare aspettative, risposte e comportamenti, e questo lavoro coinvolge il corpo prima ancora di diventare un pensiero consapevole.
Se l’incertezza si prolunga e viene vissuta come minaccia, il sistema può restare in uno stato di allerta che aumenta il carico adattivo. In fisiologia si parla di allostasi per descrivere la regolazione anticipatoria con cui l’organismo prova a mantenere l’equilibrio nelle condizioni che cambiano; quando questa attivazione diventa ripetuta o cronica, il prezzo complessivo prende il nome di carico allostatico.
Tradotto nella vita quotidiana, significa che il dubbio non resta soltanto nella mente. Può diventare tensione, ipervigilanza, bisogno di controllare ogni variabile, difficoltà a riposare o urgenza di trovare una spiegazione definitiva. Non perché siamo deboli, ma perché il corpo cerca coordinate sufficientemente stabili per capire come muoversi.
Ecco perché, dopo una diagnosi, una separazione, un tradimento o una crisi professionale, possiamo aggrapparci molto rapidamente a una nuova versione dei fatti. A volte passiamo da una certezza alla sua esatta opposizione: “mi fidavo completamente” diventa “non mi fiderò mai più”; “quel lavoro era il mio posto” diventa “nessun luogo sarà mai sicuro”; “quella cura mi salverà” diventa “tutta la medicina è inaffidabile”. Cambia il contenuto, ma non la funzione: chiudere il campo delle possibilità per diminuire l’allarme.
Il problema non è che questo accada. È non accorgerci che sta accadendo e chiamare verità ciò che, in quel momento, sta funzionando soprattutto come protezione.

Le convinzioni non descrivono soltanto il mondo: tengono insieme l’identità
Sul piano psicologico, una convinzione diventa particolarmente difficile da rivedere quando smette di essere qualcosa che pensiamo e diventa qualcosa che sentiamo di essere. Finché posso dire “questa è la mia opinione”, rimane uno spazio tra me e l’idea. Quando invece, senza rendermene conto, dico “io sono questa idea”, ogni informazione contraria non viene più elaborata come un dato: viene vissuta come una minaccia alla mia integrità.
È ciò che accade nelle polarizzazioni, ma anche in molti conflitti privati. Non difendiamo sempre una posizione perché è la più fondata. A volte la difendiamo perché ci garantisce appartenenza, continuità e riconoscimento. Metterla in discussione potrebbe significare non sapere più da che parte stare, chi siamo o a chi restiamo fedeli.
L’Analisi Transazionale ci offre una parola precisa: copione. Il copione è un piano di vita costruito molto presto attraverso decisioni, messaggi, ingiunzioni e adattamenti che, in origine, hanno avuto una funzione. Da adulte possiamo continuare a leggere il presente attraverso quelle coordinate anche quando il contesto è cambiato. Non perché non abbiamo compreso abbastanza, ma perché una parte di noi continua ad associare quella mappa alla sicurezza e all’appartenenza.
Quando cambiare idea sembra tradire qualcuno
La psicogenealogia allarga questa osservazione alla storia familiare. Alcune frasi attraversano le generazioni come leggi non scritte: “non ci si fida di nessuno”, “l’amore si dimostra sacrificandosi”, “prima il dovere poi…”, “chi cambia strada è un ingrato”. Non serve immaginare una trasmissione automatica o misteriosa per riconoscerne la forza. Le famiglie trasmettono linguaggi, silenzi, ruoli, paure, aspettative e modi di reagire; la ricerca studia anche possibili vie biologiche intergenerazionali legate allo stress, ma questo non autorizza letture deterministiche.
Nella vita concreta, la questione è più semplice e più profonda: mettere in discussione una convinzione familiare può essere vissuto come un tradimento. Se smetto di sacrificarmi, sono ancora una buona figlia? Se guadagno più di chi mi ha preceduta, appartengo ancora alla mia famiglia? Se scelgo una relazione diversa, sto negando la storia di mia madre? Domande che ovviamente ci poniamo a livello inconscio e che per protezione interna difficilmente facciamo emergere in superficie.
La convinzione sottostante non protegge soltanto una spiegazione del mondo. Protegge un legame. Una lealtà famigliare profonda, ancestrale.

Tutto è vero? No. Ma ogni lettura racconta qualcosa di chi guarda
Arriviamo così al passaggio più delicato. Dire che il punto di vista influenza la nostra esperienza non significa affermare che la realtà venga creata a piacimento dall’osservatore. Un tradimento resta un tradimento anche se provo a chiamarlo “opportunità”. Una diagnosi non scompare cambiando linguaggio. Un abuso non diventa accettabile perché qualcuno riesce a ricavarne un apprendimento.
Confondere i fatti con le interpretazioni non apre la coscienza: cancella la responsabilità.
Ciò che può cambiare è il livello di lettura. Lo stesso evento può essere riconosciuto come ferita, perdita, ingiustizia e, nel tempo, anche come soglia di trasformazione. Questi significati non si escludono necessariamente, ma non emergono tutti nello stesso momento e non vanno imposti. Quando il sistema è ancora impegnato a sopravvivere, cercare subito “il dono” di ciò che è accaduto può diventare una forma raffinata di negazione.
La tradizione cabalistica offre una mappa interessante attraverso i diversi livelli di interpretazione del testo, sintetizzati nell’acronimo PaRDeS, formato dalle iniziali di quattro parole ebraiche: Peshat (פשט), il significato letterale; Remez (רמז), ciò che viene suggerito o alluso; Derash (דרש), il livello interpretativo e di approfondimento; Sod (סוד), il significato segreto o esoterico.
Non è l’idea che qualunque lettura valga quanto un’altra. È il riconoscimento che uno stesso contenuto può essere osservato a profondità differenti e che fermarsi al suo significato più immediato non esaurisce necessariamente ciò che stiamo osservando.
Applicato alla vita, questo ci chiede di non usare il simbolo per cancellare il fatto e di non usare il fatto per impedire ogni elaborazione simbolica. Sul piano concreto è accaduto qualcosa. Sul piano psicologico quell’evento ha incontrato memorie, aspettative e copioni. Sul piano simbolico può aprire domande più grandi sul senso, sulla direzione e sul tempo che stiamo attraversando. Il punto non è confondere questi livelli, ma farli dialogare.

La realtà non cambia perché la raccontiamo diversamente, ma cambia il modo in cui la attraversiamo
Una relazione conclusa può essere contemporaneamente la perdita di un legame, la caduta di un’identità, la riattivazione di un antico abbandono e l’inizio di una vita più coerente. Quale di queste letture è vera? Tutte possono contenere una parte di verità, purché non vengano usate per negare le altre.
Il passaggio decisivo non consiste nel scegliere la versione più positiva, ma nel riconoscere quale lettura stiamo sostenendo e quale funzione svolge oggi. Mi aiuta a vedere con maggiore precisione oppure mi mantiene dentro un ruolo conosciuto? Mi restituisce responsabilità oppure mi assegna una colpa? Tiene conto dei fatti oppure li piega al bisogno di sentirmi al sicuro?
Queste domande non servono a produrre una nuova verità assoluta. Servono a creare uno spazio tra noi e la narrazione. È in quello spazio che l’Io Adulto può osservare i dati presenti senza essere completamente governato dalle paure del Io Bambino o dalle regole interiorizzate dell’Io Genitore.
Non possiamo scegliere tutto ciò che ci accade, e non siamo responsabili di tutto ciò che portiamo. Possiamo però diventare responsabili del modo in cui iniziamo a leggerlo, senza costringerci a trasformarlo troppo in fretta in qualcosa di diverso.
“So di non sapere”: la maturità di restare nella domanda
La formula “so di non sapere”, comunemente associata a Socrate, non è una celebrazione dell’ignoranza e non va intesa come una citazione letterale isolata dal contesto dei dialoghi platonici. Esprime piuttosto una postura: riconoscere i limiti del proprio sapere senza rinunciare alla ricerca.
Chi approfondisce davvero un campo incontra spesso questo paradosso. All’inizio, poche informazioni sembrano dare risposte nette; andando avanti, aumentano le connessioni, le eccezioni e le variabili da considerare. La conoscenza non scompare, ma diventa più precisa e meno arrogante.
Anche convivere con l’incertezza richiede questa maturità. Non significa restare immobili, rimandare ogni decisione o vivere in un dubbio permanente. Significa tollerare per un tempo sufficiente il fatto di non avere ancora una spiegazione completa, evitando di riempire immediatamente il vuoto con la prima risposta capace di calmare l’allarme.
È una competenza psicologica, ma anche corporea. Se il sistema nervoso è sovraccarico, lo spazio della domanda si restringe e cresce il bisogno di chiudere. Per questo non sempre serve “pensare meglio”. A volte occorre prima ridurre il carico, recuperare sonno, respiro, orientamento e presenza, affinché l’incertezza smetta di essere percepita come un pericolo assoluto.
Dalla certezza alla scelta consapevole
Tornando alla domanda iniziale: se una delle tue certezze si rivelasse incompleta, che cosa resterebbe di te?
Resterebbe ciò che non coincide interamente con il ruolo, la relazione, l’idea o l’appartenenza che fino a ieri ti definivano. Ma per incontrare quella parte occorre imparare a usare le proprie mappe interiori senza identificarsi con esse: lasciare che ci orientino senza scambiarle per il territorio, riconoscerne la funzione senza consegnare loro tutta la nostra identità.
Puoi iniziare osservando una certezza a cui oggi sei particolarmente aggrappata e chiederti: quali fatti la sostengono? Quali parti sono interpretazioni? Che cosa mi permette di non sentire? Chi temo di deludere se la metto in discussione? E che cosa diventerebbe possibile se non avessi bisogno di decidere subito se è totalmente vera o totalmente falsa?
La scelta consapevole nasce qui: non nella certezza assoluta e nemmeno nel dubbio assoluto, ma nella capacità di restare presente mentre una vecchia mappa si aggiorna.
Forse il punto non è trovare una verità che ci metta al riparo per sempre. È diventare abbastanza solide da poter incontrare una verità più ampia senza perdere noi stesse.
Per portare questo lavoro nella tua vita
Un percorso di counseling non offre risposte preconfezionate. Aiuta a distinguere i fatti dalle interpretazioni, le convinzioni che ancora proteggono da quelle che oggi limitano, e il bisogno autentico dalla fedeltà a un copione che non è più attuale.
Se senti che alcuni dei temi che hai incontrato in questo articolo riguardano anche la tua storia, possiamo esplorarli insieme attraverso un percorso individuale di counseling, costruito a partire da ciò che stai vivendo e da ciò che oggi senti il bisogno di comprendere, trasformare o scegliere diversamente.
Se invece vuoi iniziare in autonomia, puoi partire da Il Coraggio di Scegliersi, il percorso registrato dedicato ai condizionamenti, alle protezioni e al passaggio dalla reazione automatica alla scelta consapevole.
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Milena Battaglia