Abuso emotivo o attivazione emotiva? I giochi psicologici nelle relazioni
Nelle relazioni, una delle confusioni più frequenti – e più destabilizzanti, soprattutto per chi sta facendo un lavoro su di sé – riguarda proprio questo punto: sto vivendo una forma di abuso emotivo oppure si sta attivando qualcosa dentro di me?
Devo mettere un confine oppure c’è qualcosa che non sto vedendo e che mi riguarda?
È una distinzione tutt’altro che semplice, perché spesso ci troviamo a oscillare tra due estremi: colpevolizzare noi stessi oppure vedere l’altro come un aguzzino intenzionale. Eppure, nella maggior parte dei casi, la verità non sta in uno di questi poli, ma in una zona più sottile, meno immediata da leggere, dove entrano in gioco storia personale e generazionale, sistema nervoso e dinamiche relazionali apprese.
In questo articolo esploriamo come riconoscere i segnali di un presunto abuso emotivo, distinguendoli dalle attivazioni interiori e dai giochi psicologici inconsci che spesso strutturano le relazioni senza che ce ne accorgiamo.

Cos’è l’abuso emotivo (e perché lascia segni invisibili)
L’abuso emotivo, pur non lasciando segni tangibili come quello fisico, può avere effetti altrettanto profondi sulla salute psicologica e, nel tempo, anche su quella fisica.
Tra le conseguenze più frequenti troviamo:
- Bassa autostima e senso di inadeguatezza;
- Ansia, depressione e somatizzazioni;
- Difficoltà a fidarsi e a creare legami intimi reali;
- Disturbi del sonno e dell’alimentazione;
- Pensieri intrusivi e flashback;
- Isolamento sociale.
Sul lungo termine, l’esposizione cronica a questo tipo di stress può incidere anche sul corpo, indebolendo il sistema immunitario e aumentando il rischio di disturbi cardiovascolari, gastrointestinali e dolore cronico. Il corpo come ben sappiamo: non mente mai!
Riconoscere l’impatto reale di queste dinamiche è il primo passo per uscire dalla confusione e iniziare a vedere con maggiore lucidità ciò che si sta vivendo.
Segnali chiari di abuso emotivo
L’abuso emotivo è spesso difficile da riconoscere proprio perché si presenta in forme sottili, ambigue, a volte persino travestite da cura o attenzione.
Ma non è solo una questione di forma: è anche una questione di percezione interna.
Riuscire a riconoscerlo, soprattutto all’interno di una relazione che dura da tempo e che ha progressivamente cristallizzato e normalizzato determinate dinamiche, non è semplice.
Riconoscere l’abuso, infatti, implica una presa di responsabilità profonda, significa vedere che qualcosa non funziona, che una dinamica va interrotta, che forse una relazione va ridimensionata o lasciata. E questo ha un costo emotivo alto. Spesso troppo alto.
Per questo, molto spesso, entriamo in una forma di dissonanza cognitiva: una parte di noi vede chiaramente ciò che sta accadendo, mentre un’altra seleziona, giustifica, ridimensiona. Tendiamo a censurare tutto ciò che non è coerente con il nostro modello interno: “mi ama”, “non lo fa apposta”, “possiamo sistemare”, “scelgo di vedere il meglio” e a dare più peso a ciò che lo conferma, anche quando i segnali contrari sono evidenti.
È un meccanismo di protezione, ma nel tempo diventa anche una forma di auto-inganno, che rende sempre più difficile distinguere tra ciò che è realmente disfunzionale e ciò che invece si attiva dentro di noi.
Alcuni segnali ricorrenti:
- Svalutazione costante: sentimenti, pensieri o risultati vengono sistematicamente sminuiti;
- Invalidazione della realtà: negazione dei fatti, manipolazione della percezione;
- Colpevolizzazione: responsabilità ribaltata sull’altro;
- Manipolazione affettiva: alternanza tra avvicinamento e ritiro;
- Isolamento: allontanamento progressivo da reti di supporto;
- Intimidazione o minaccia: anche solo implicita.
Quando queste dinamiche sono ripetitive, intense e non modificabili attraverso il dialogo, non siamo più nel campo dell’incomprensione ma in quello dell’abuso.
Attivazione emotiva: quando il trigger è interno
Esistono però situazioni in cui la sofferenza non deriva da un comportamento abusivo reale, ma da una riattivazione di ferite emotive pregresse.
Traumi passati, bisogni non soddisfatti o credenze profonde possono portarci a percepire come minaccioso qualcosa che, nel presente, non lo è in modo oggettivo.
Oggi, inoltre, si è diffusa una lettura semplificata delle dinamiche relazionali, in cui tutto rischia di essere ricondotto all’abuso e l’altro viene rapidamente etichettato come “narcisista”. Questo abuso del termine, se da un lato ha portato attenzione su dinamiche reali, dall’altro rischia di far perdere un passaggio fondamentale: distinguere con lucidità tra ciò che appartiene all’altro e ciò che si attiva dentro di noi.
Comprendere questo confine non è un esercizio teorico, ma una condizione necessaria per una crescita personale reale. Perché se tutto è abuso, non c’è spazio per vedere i propri meccanismi e, se tutto è “mio”, si rischia di giustificare ciò che non è accettabile.
Ad esempio, chi ha vissuto esperienze di abbandono può reagire in modo molto intenso a momenti di distanza relazionale, interpretandoli inconsciamente come conferma di una paura antica. Oppure, chi ha subito confini invasivi può sentire come soffocante anche un controllo minimo.
In questi casi, la domanda non deve essere ridotta a “l’altro sta sbagliando?”, ma:
- Quanto la mia reazione è proporzionata al presente?
- Cosa si sta attivando davvero dentro di me?
- Questo vissuto mi è familiare, è già successo in precedenza?
Qui entra in gioco anche il cosiddetto triangolo drammatico di Karpman: una dinamica relazionale in cui si alternano i ruoli di vittima, salvatore e persecutore. Quando siamo inconsapevolmente identificati con il ruolo di vittima, possiamo arrivare, senza rendercene conto, a cercare o confermare nell’altro il ruolo di abusante, perché questo mantiene coerente il nostro schema interno. Il nostro copione.
Non è una scelta consapevole, ma un movimento profondo che tiene insieme identità, storia e bisogno di conferma. E’ la nostra “identità” primaria che consuma poca energia.
Riconoscere i propri trigger, quindi, non significa giustificare tutto, ma smettere di proiettare automaticamente il passato sul presente e iniziare a vedere con più precisione ciò che sta realmente accadendo nella relazione.
Abuso emotivo o attivazione? Una distinzione operativa
Per uscire davvero dalla confusione, non basta capire i concetti: serve iniziare a osservare come queste dinamiche si manifestano nella realtà.
L’abuso emotivo, nella maggior parte dei casi, non è episodico. È qualcosa che si ripete, che si struttura nel tempo, che crea un clima relazionale in cui ti ritrovi progressivamente a ridurti, a dubitare di te stessa, a perdere contatto con ciò che senti e pensi. Non è solo quello che accade, ma l’effetto cumulativo che lascia. La sensazione di inadeguatezza che senti nella pancia.
L’attivazione emotiva, invece, può essere anche molto intensa, ma ha una qualità diversa. Non ti svuota nel tempo: ti mette a contatto con qualcosa di tuo. Anche se inizialmente destabilizzante, lascia spazio, se riconosciuta, a comprensione, dialogo e trasformazione.
Un altro elemento chiave è la possibilità di confronto.
In una dinamica abusiva, il dialogo tende a non funzionare: viene negato, distorto o utilizzato per riportarti in una posizione di colpa o confusione. Nell’attivazione, invece, anche se difficile, esiste uno spazio in cui ciò che porti può essere ascoltato e accolto.
C’è poi una differenza più sottile, ma decisiva: l’intenzione.
Non sempre è immediatamente leggibile, ma nel tempo emerge. Nell’abuso, anche quando non è dichiarato, c’è un movimento che tende al controllo, alla svalutazione o alla manipolazione. Nell’attivazione, invece, ciò che accade non nasce necessariamente da un intento disfunzionale dell’altro, ma dall’incontro tra due storie, due sistemi, due sensibilità.
Alla fine, però, il criterio più affidabile resta sempre uno: l’effetto che quella relazione ha su di te nel tempo.
Ti restringe o ti espande?
Ti confonde o ti chiarisce?
Ti allontana da te stessa o ti riporta, anche attraverso passaggi scomodi, più vicino a ciò che sei?
Questa distinzione non è teorica.
È ciò che ti permette di capire se hai bisogno di proteggerti… o di lavorare su di te.
La chiave è scegliere di essere drammaticamente oneste con noi stesse.

I giochi psicologici nelle relazioni
Accanto a abuso emotivo e attivazione interiore, c’è un elemento spesso invisibile ma costantemente presente: i giochi psicologici descritti dall’analisi transazionale.
Non sono un livello separato. Sono il modo in cui, molto spesso, queste dinamiche si esprimono nella relazione. I giochi psicologici sono schemi ripetitivi di interazione in cui entrambe le persone partecipano, quasi sempre senza accorgersene. Non sono casuali: seguono copioni precisi, appresi nel tempo, che tendono a ricreare configurazioni emotive familiari. Ricordiamoci che ciò che è appreso nel tempo, anche se disfunzionale, permette al sistema di consumare meno energia.
È in queste dinamiche che ritorna il triangolo drammatico citato prima: vittima, salvatore e persecutore non sono ruoli fissi, ma posizioni che si alternano continuamente all’interno dello stesso scambio.
Ad esempio:
- “Sì, ma…”: qualcuno porta un problema, l’altro prova a aiutare, ma ogni soluzione viene rifiutata. Il risultato non è la risoluzione, ma la conferma implicita di impotenza da una parte e frustrazione dall’altra.
- “Dopo tutto quello che ho fatto per te”: il sacrificio non dichiarato crea un credito emotivo che, prima o poi, viene presentato sotto forma di colpa.
- “Povero me”: il ruolo di vittima attiva automaticamente qualcuno nel ruolo di salvatore, ma nel tempo genera stanchezza o irritazione, facendo emergere il persecutore.
- “Ora ti ho beccato”: il conflitto non nasce nel momento, ma è già scritto: si cerca inconsciamente una conferma che l’altro “sbaglierà”, per poter legittimare la propria posizione.
Questi giochi possono essere presenti sia in dinamiche di abuso, dove tendono a irrigidirsi e a diventare sempre più unidirezionali, sia in situazioni di attivazione emotiva, dove invece, se riconosciuti, possono essere interrotti e trasformati.
Il loro punto in comune è questo: mantengono il legame, ma evitano il contatto reale.
Permettono di stare in relazione senza esporsi davvero, senza uscire dai propri schemi, senza mettere in discussione l’identità costruita attorno a quei ruoli.
Per questo riconoscerli è così importante.
Non tanto per capire “chi ha ragione”, ma per vedere che ruolo stai occupando e quale ruolo stai attivando nell’altro.
È lì che si apre una possibilità diversa: smettere di reagire automaticamente e iniziare a scegliere come stare nella relazione.
Come riconoscere se sei dentro un gioco
Ci sono segnali molto precisi, ma raramente li riconosci mentre accadono. Più spesso li giustifichi, li spieghi o li attribuisci interamente all’altro, o a Te. Eppure, se inizi a osservare con un minimo di distanza, emergono con chiarezza.
Uno dei primi è la sensazione di déjà-vu. Hai come l’impressione che quella scena si sia già ripetuta molte volte, magari con parole leggermente diverse, ma con lo stesso esito. Cambiano i dettagli, ma la dinamica resta identica.
Poi ci sono le emozioni sproporzionate. La reazione è più intensa di quanto la situazione richiederebbe nel presente. Non è solo ciò che sta accadendo ora: è qualcosa che si aggancia a una memoria più profonda e amplifica tutto. L’intensità della reazione, inoltre, varia anche in funzione del nostro livello di energia: più è bassa, più tende ad aumentare. Questo perché il sistema, entrando in una modalità automatica, si appoggia a risposte già conosciute, riattivando schemi e reazioni del passato.
Un altro segnale è il copione prevedibile.
Sai già, mentre stai parlando, dove andrà a finire. “Ecco lo sapevo!”. Sai cosa dirà l’altro, come risponderai tu, e quale sarà il punto di rottura. Nonostante questo, continui a entrare nella stessa sequenza e a ribadirti che “non c’è niente da fare”.
Spesso, dentro il gioco, finisci per fare o dire cose che non ti rappresentano davvero.
Ti senti spinta a reagire in un certo modo, quasi automaticamente, e solo dopo ti rendi conto che non era ciò che volevi esprimere.
E poi c’è la sensazione di essere intrappolata.
Come se non ci fossero alternative reali, come se ogni tentativo di uscire riportasse comunque allo stesso punto. “Con Te non c’è speranza”.
Quando inizi a vedere questi segnali, non è ancora la soluzione, ma è già un passaggio decisivo. Perché nel momento in cui riconosci il gioco, smetti di esserne completamente dentro. Solo con la consapevolezza della dinamica si apre uno spazio, anche piccolo, in cui puoi scegliere di non reagire come sempre. Di fermarti. Respirare. Non seguire il copione.
Fare qualcosa di diverso, anche minimo, che interrompa la sequenza automatica.
È lì che lo schema inizia a perdere forza.
Consapevolezza relazionale: il vero punto di svolta
Uscire da queste dinamiche richiede un passaggio chiave: smettere di cercare solo “chi ha torto” e iniziare a vedere cosa sta accadendo nel sistema relazione.
Finché resti dentro la logica giusto/sbagliato, continui a muoverti all’interno dello stesso schema. Cambiano i ruoli, ma il gioco resta. Il punto di svolta arriva quando inizi a osservare non solo il comportamento dell’altro, ma anche il tuo modo di reagire, di interpretare, di posizionarti.
Questo richiede presenza, ma anche una certa disciplina interna associata ad un buon livello di amore per Te.
Osservare le proprie reazioni senza giudizio significa smettere di identificarsi immediatamente con ciò che si prova. Non negare l’emozione ma nemmeno agire automaticamente da lì. Creare un piccolo spazio tra stimolo e risposta.
Riconoscere i propri trigger vuol dire iniziare a vedere quali situazioni attivano sempre le stesse reazioni. Non per eliminarle ma per non esserne completamente guidata.
Comunicare con chiarezza non è solo una tecnica: è un cambio di posizione.
Significa smettere di dire all’altro cosa sta sbagliando e iniziare a dire cosa succede dentro di te quando accade qualcosa. La chiave è partire dal tuo sentire da come tu stai, non da come ti fa sentire l’altro. Questo è un primo cambio di prospettiva imporatante.
Mettere confini reali implica assumersi la responsabilità di ciò che per te è accettabile e ciò che non lo è. Non come reazione impulsiva, ma come scelta coerente e consapevole. Un confine non è contro l’altro è a tutela di te stessa.
Sviluppare ascolto significa uscire dalla necessità di avere ragione e iniziare a comprendere davvero cosa sta accadendo anche nell’altro. Non per giustificare, ma per vedere il quadro più ampio.
Lavorare sui propri copioni è il passaggio più profondo. È lì che si sciolgono le dinamiche che tendi a ripetere, anche quando cambi contesto o persona. Più porti presenza, più aumenti la possibilità di scelta e riduci gli automatismi che si attivano senza che tu te ne accorga.

Quando restare e quando no
Questa è la domanda che spesso resta sottotraccia.
Non quella che dici ad alta voce, ma quella che, in modo più o meno esplicito, orienta ogni tua scelta: sto lavorando su di me o avrei bisogno di proteggermi?
È una distinzione tutt’altro che secondaria, perché da qui cambia completamente la direzione del tuo movimento. Lavorare su di sé implica restare, osservare, attraversare ciò che si attiva. Proteggersi, invece, implica riconoscere un limite, interrompere una dinamica, prendere una distanza. Confondere questi due piani è uno degli errori più frequenti, soprattutto quando si è abituati a mettersi in discussione e a cercare dentro di sé le cause di ciò che accade.
Puoi lavorare su di te quando nella relazione esiste uno spazio reale di scambio. Non perfetto, non sempre fluido, ma presente. Quando, anche dentro la difficoltà, ciò che porti non viene sistematicamente negato o ribaltato. Quando il dialogo, pur faticoso, è possibile e non viene costantemente svuotato di senso. Quando esiste una minima disponibilità reciproca a rivedere le proprie posizioni, e soprattutto quando ciò che accade non è completamente rigido, ma mostra margini di movimento.
In queste condizioni, l’attivazione emotiva può diventare un passaggio evolutivo: qualcosa che inizialmente destabilizza, ma che, se attraversato con presenza, porta a una maggiore comprensione di sé, dei propri bisogni e dei propri confini.
Devi invece iniziare a portare attenzione alla protezione quando la dinamica relazionale si struttura in modo fisso. Quando, indipendentemente da come ti muovi, il risultato tende a essere sempre lo stesso. Quando il confronto non apre, ma chiude. Quando le tue parole vengono sistematicamente distorte, minimizzate o utilizzate contro di te. Quando la svalutazione, esplicita o sottile, diventa parte del clima relazionale e non un’eccezione.
Il segnale più importante, però, non è tanto nel comportamento dell’altro, quanto nell’effetto che questa relazione ha su di te nel tempo. Quando inizi, anche lentamente, a perdere contatto con ciò che senti, a dubitare in modo costante delle tue percezioni, a ridurre parti di te per mantenere l’equilibrio della relazione, allora non sei più dentro un processo di crescita. Sei dentro una dinamica che ti sta chiedendo un prezzo sempre più alto.
Ed è qui che spesso si crea la maggiore confusione: si continua a cercare di capire, di spiegare, di lavorare su di sé, quando in realtà gli elementi sono già sufficienti. Si resta nel piano della comprensione perché è più familiare, più controllabile, meno definitivo.
Ma c’è un punto in cui comprendere non aggiunge più chiarezza, la diluisce.
E in quel punto, ciò che serve non è un’analisi più fine, ma una scelta più netta.
Non sempre immediata, non sempre semplice, ma necessaria.

Se vuoi lavorare davvero su questo
Se mentre leggi ti sei riconosciuta, non è un caso.
C’è un punto in cui smetti di analizzare… e inizi a lavorare davvero su di te.
Nel percorso Amare Senza Perdersi entriamo esattamente lì: non nella teoria, ma nei meccanismi che ti tengono dentro questi schemi.
Se invece senti che il lavoro ha bisogno di essere ancora più mirato, più profondo, allora può avere senso uno spazio diverso, costruito su di te.
Un percorso individuale non è semplicemente “andare più a fondo”, ma lavorare in modo preciso su ciò che per te si attiva: corpo, sistema nervoso, storia personale.
Perché i pattern non cambiano solo comprendendoli, ma attraversandoli in uno stato diverso.
Tre incontri. Un lavoro su misura. Un filo conduttore che parte da te.

Milena Battaglia
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