Quando comprendere non basta: dalla consapevolezza all’azione
Qualche giorno fa riflettevo sulla differenza tra la capacità di analisi e la capacità di soluzione. Mi sono resa conto di essere discretamente brava a comprendere il perché delle cose, sia quando riguardano me sia quando riguardano le persone con cui lavoro. Riesco facilmente a osservare un sistema, riconoscere gli schemi che lo attraversano, collegare eventi apparentemente distanti e ricostruire la logica che li tiene insieme.
Eppure, mentre riflettevo su questa capacità, mi è arrivata un’immagine molto precisa: essere dentro una palla di vetro. Da lì dentro vedo, osservo e comprendo. Posso descrivere quello che sta accadendo e, il più delle volte, riesco anche a comprenderne l’origine. Ma il vetro rimane tra me e ciò che dovrebbe venire dopo: l’azione.
Questa riflessione mi ha portata a una domanda che credo riguardi molte persone che hanno fatto un lungo percorso di consapevolezza: perché possiamo comprendere così bene ciò che ci accade e continuare, nonostante questo, a non riuscire a modificarlo?

Comprendere significa anche rendere il mondo più prevedibile
Siamo abituati a considerare la comprensione come qualcosa di esclusivamente cognitivo: raccolgo informazioni, individuo relazioni, riconosco uno schema e arrivo a una spiegazione. In realtà, comprendere svolge anche un’altra funzione molto importante, perché ciò che riusciamo a spiegare diventa, almeno in parte, più prevedibile.
Il nostro cervello costruisce continuamente previsioni sulla base delle esperienze precedenti, confronta ciò che si aspetta con ciò che effettivamente avviene e aggiorna i propri modelli. La prevedibilità, da questo punto di vista, non è soltanto una comodità mentale: contribuisce alla nostra percezione di sicurezza. Se riesco a riconoscere lo schema nel quale mi trovo, posso immaginare più facilmente cosa succederà; se comprendo perché una persona reagisce in un certo modo, la sua reazione diventa meno destabilizzante; se riconosco l’origine di un mio comportamento, ciò che prima sembrava incomprensibile acquista una logica.
È qui che ho riconosciuto un passaggio ulteriore: la comprensione cerca coerenza e la coerenza riduce l’incertezza. Una grande capacità di analisi può quindi essere contemporaneamente una risorsa straordinaria e una modalità attraverso la quale cerchiamo sicurezza. Non analizziamo soltanto per conoscere meglio ciò che accade; a volte analizziamo anche perché, quando il sistema diventa comprensibile, abbiamo la sensazione di poterlo controllare.

Il problema nasce quando introduciamo qualcosa che non conosciamo ancora
Finché osservo uno schema già esistente posso studiarlo, verificarlo e confrontarlo con ciò che conosco. Il problema arriva nel momento in cui voglio cambiarlo, perché ogni cambiamento introduce inevitabilmente una variabile che non possiede ancora una storia.
Se pongo un limite che non ho mai posto prima, posso immaginare la reazione dell’altra persona ma non posso conoscerla con certezza. Se modifico il mio modo di lavorare posso progettare una strategia, fare previsioni e valutare i rischi, ma non posso sapere esattamente come risponderà il sistema. Se smetto di utilizzare una modalità che per anni mi ha protetta, posso comprendere perfettamente perché non mi serve più, ma non conosco ancora fino in fondo la persona che sarò senza quella protezione.
Il nuovo contiene necessariamente una quota di imprevedibilità. Ed è qui che può nascere il blocco: vorrei verificare il nuovo schema prima di utilizzarlo, ma posso verificarlo realmente soltanto dopo averlo sperimentato. Attraverso l’analisi cerchiamo così di ottenere proprio quell’informazione che, in alcuni casi, l’analisi non può darci. Posso costruire scenari, valutare probabilità, riconoscere rischi e opportunità, ma esiste un punto oltre il quale la conoscenza può arrivare soltanto attraverso l’esperienza.
Conoscere il perché non significa possedere il come
Questa consapevolezza mi è diventata ancora più evidente pensando al corpo. Posso comprendere le possibili cause fisiche di un problema, riconoscere le condizioni che possono aver contribuito alla sua comparsa e, sul piano psicologico, osservare ciò che quel periodo della mia vita stava rappresentando. Posso anche esplorare il livello familiare e transgenerazionale come mappa di significati e ricorrenze. Tutto questo può ampliare enormemente la comprensione di ciò che sto vivendo.
Eppure il sintomo può essere ancora lì.
Questo non rende inutile ciò che ho compreso. Mi obbliga, piuttosto, a distinguere due domande che spesso sovrapponiamo: “Perché sono arrivata qui?” e “Dato che oggi sono qui, che cosa può favorire un cambiamento?”. La prima riguarda l’eziologia, cioè l’insieme delle cause e dei fattori che hanno contribuito a determinare una condizione; la seconda riguarda invece le leve sulle quali posso intervenire nello stato attuale.
Non sono necessariamente la stessa cosa. Un sistema può essere arrivato nello stato A attraverso una determinata combinazione di eventi, condizioni e adattamenti, ma questo non significa che per raggiungere lo stato B sia sufficiente percorrere quella strada al contrario. Vale per il corpo, per le relazioni, per il lavoro e, più in generale, per tutti i sistemi complessi. Comprendere ciò che ha generato un problema e individuare ciò che oggi può modificarlo sono due competenze differenti.
Dall’analisi del problema alla mappatura delle variabili
Mi sono accorta che nel lavoro questo passaggio ho già iniziato a farlo in maniera molto concreta. Quando qualcosa non funziona come vorrei, non mi basta più cercarne genericamente la causa. Cerco di mappare il sistema, distinguere le variabili, capire quali posso modificare, quali posso soltanto influenzare e quali, invece, non dipendono da me.
Questa distinzione cambia completamente la domanda. Non cerco più soltanto di capire perché il sistema si trova in una determinata condizione, ma mi chiedo: “Dato che oggi il sistema si trova in questo stato, quali variabili modificabili aumentano concretamente la probabilità che passi a uno stato migliore?”.
Da ingegnere riconosco molto bene questa logica. Non è necessario conoscere perfettamente ogni variabile di un sistema per poter intervenire su di esso; è necessario costruire un modello sufficientemente affidabile da individuare una leva, formulare un’ipotesi, introdurre una variazione e osservare la risposta. Ed è proprio qui che l’azione assume un significato diverso: non è più ciò che faccio dopo avere raggiunto la certezza, ma diventa parte del processo attraverso il quale acquisisco nuova conoscenza.
Posso comprendere, formulare un’ipotesi, agire, osservare il feedback e utilizzare quel feedback per aggiornare la mia comprensione. In questo modo non sto rinunciando all’analisi: sto permettendo all’analisi di diventare dinamica.
Quando l’analisi diventa una forma di immobilità
Esiste però una soglia molto sottile. Mappare il sistema è utile finché la mappa serve a individuare le possibilità di intervento. Se, invece, sento di dover conoscere tutte le variabili prima di poter agire, la stessa capacità che dovrebbe aiutarmi a muovermi può diventare ciò che mi mantiene ferma.
È una forma di controllo molto sofisticata, perché può essere facilmente scambiata per consapevolezza. Continuo a comprendere, collegare, approfondire e perfezionare la spiegazione, aspettando implicitamente il momento in cui avrò eliminato abbastanza incertezza da potermi finalmente muovere. Ma nei sistemi complessi quel momento non arriva, perché non esiste una condizione nella quale tutte le variabili future siano conosciute.
La domanda, allora, non può più essere: “Ho compreso abbastanza da sapere cosa accadrà?”. Diventa: “Ho compreso abbastanza da scegliere il prossimo passo?”. La differenza sembra minima, ma modifica radicalmente la posizione dalla quale affrontiamo il cambiamento.
Coros, il Guerriero Consapevole: agire senza avere tutte le risposte
È proprio su questa soglia che ritrovo Coros, il Guerriero Consapevole.
Il Guerriero Consapevole non è colui che agisce senza pensare e non è neppure colui che elimina la paura prima di procedere. Se così fosse, il suo coraggio dipenderebbe ancora dalla possibilità di sentirsi completamente al sicuro. Coros osserva, raccoglie informazioni, riconosce ciò che sta accadendo e valuta il terreno sul quale si trova. La sua consapevolezza gli permette di non reagire automaticamente, ma arriva un momento nel quale deve scegliere. E quella scelta contiene necessariamente qualcosa che non può essere conosciuto prima.
È qui che il guerriero diventa realmente consapevole: quando non confonde più la consapevolezza con il controllo. Non ha bisogno di sapere esattamente come andrà per poter compiere un passo. Ha bisogno di essere sufficientemente presente da riconoscere ciò che sa, ciò che non sa e ciò che, nonostante l’incertezza, può fare.
In questa prospettiva il coraggio non consiste nell’eliminare l’incertezza, ma nello sviluppare la capacità di attraversarla senza perdere il contatto con sé stessi.
La competenza che viene dopo la comprensione
Forse abbiamo attribuito per molto tempo alla consapevolezza un potere quasi automatico: se comprendo abbastanza profondamente uno schema, prima o poi quello schema cambierà. Non sempre accade.
La comprensione può aprire una possibilità di cambiamento, ma tra vedere uno schema e costruirne uno nuovo esiste un passaggio ulteriore: la sperimentazione. Sperimentare non significa procedere alla cieca. Significa introdurre nel sistema una variazione sufficientemente piccola da poter essere sostenuta e sufficientemente significativa da produrre una nuova informazione. Il risultato di quell’azione diventa feedback, e il feedback permette di correggere il passo successivo.
È un processo molto diverso dal pretendere di progettare in anticipo l’intero percorso. In un sistema complesso non possiamo controllare tutte le variabili, ma possiamo imparare a governare il processo: osservare lo stato attuale, riconoscere le leve disponibili, intervenire, raccogliere informazioni e modificare progressivamente la direzione.
Forse è proprio questa la competenza che viene dopo la capacità di comprendere: non la capacità di avere immediatamente la soluzione, ma la capacità di costruirla attraverso l’interazione con la realtà.
Dalla palla di vetro alla realtà
Ritorno allora all’immagine dalla quale sono partita. Dentro la palla di vetro posso vedere molto bene. Posso riconoscere gli schemi, ricostruire il passato e immaginare scenari futuri. Il vetro mi protegge anche dall’imprevedibilità di ciò che potrebbe accadere se introducessi una variabile nuova.
Ma nessuna quantità di osservazione potrà dirmi completamente cosa accade fuori finché non entro in relazione con quel fuori. Questo non significa rompere il vetro con violenza, né costringersi a fare grandi salti nel vuoto. Significa iniziare a creare aperture, piccoli punti di contatto attraverso i quali l’esperienza possa restituirmi informazioni nuove.
A quel punto la domanda cambia ancora una volta. Non mi chiedo più soltanto “Perché sono così?”, oppure “Perché questa situazione continua a ripetersi?”. Mi chiedo: “Qual è la variabile che oggi posso realmente modificare?” e subito dopo: “Qual è il più piccolo esperimento che posso fare per scoprire qualcosa che, restando ferma a osservare, non potrò mai sapere?”.

È qui che la consapevolezza smette di essere soltanto uno spazio dal quale osserviamo noi stessi e diventa uno strumento attraverso il quale entriamo nuovamente nella realtà.
Coros, il Guerriero Consapevole, abita esattamente questo passaggio: non combatte contro ciò che non conosce e non pretende di rendere prevedibile il futuro prima di viverlo. Porta con sé la comprensione acquisita, distingue il pericolo reale dall’incertezza e sceglie il passo che, in quel momento, può compiere.
Perché comprendere il passato può restituirci coerenza. Ma è attraverso ciò che scegliamo di sperimentare nel presente che iniziamo a costruire un futuro diverso.
Il Coraggio di Scegliersi
Comprendere i propri schemi è fondamentale, ma arriva un momento in cui la comprensione deve diventare scelta. Il Coraggio di Scegliersi è un percorso registrato dedicato proprio a questo passaggio: riconoscere le modalità attraverso cui ci proteggiamo, ritrovare sicurezza e creare lo spazio interno necessario per scegliere in modo più consapevole.
Scopri il percorso registrato: Il Coraggio di Scegliersi.
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Milena Battaglia









































