Sovraccarico collettivo: perché ti senti esausto e cosa sta succedendo davvero
C’è una stanchezza di fondo che non si riesce a spiegare con una settimana intensa. Arriva anche dopo giorni in cui hai dormito, hai riposato, hai fatto le cose che normalmente ti ricaricano; eppure sei lì, con quella sensazione di essere svuotato, irritabile, incapace di spegnere la mente. E il pensiero che segue, quasi automatico, è: cosa c’è che non va in me?
Voglio partire da qui, da questa domanda, perché è la domanda sbagliata. Non perché sia inutile farla, ma perché parte da un presupposto che non regge: che il problema sia tu. Che se ti senti così è perché stai sbagliando qualcosa, perché non sei abbastanza disciplinata, abbastanza presente, abbastanza consapevole. E invece quello che sta succedendo è molto più semplice – e molto più sistemico – di così.
Il sistema non è sbagliato. Tu non sei sbagliata. Sei in overload.
Il sistema nervoso ha una capacità di elaborazione. Non è infinita, e non è uguale per tutti, ma esiste un limite oltre il quale il sistema smette di funzionare in modalità normale e passa a una modalità di sopravvivenza. Biologicamente è esattamente quello che succede: quando gli stimoli in entrata – notizie, notifiche, preoccupazioni, eventi nel mondo, conversazioni, decisioni da prendere – superano la capacità di elaborazione, il corpo attiva un protocollo di emergenza che ha una sola priorità: sopravvivere al momento presente.
In questa modalità si reagisce, non si agisce. La lucidità diminuisce, l’energia cala, il senso critico si riduce. E il paradosso è che più il sistema è in questo stato, più tende a cercare informazioni, stimoli, conferme. E’ come se il sapere potesse restituire una sensazione di controllo su qualcosa che sentiamo sfuggirci. Non è una colpa, è un meccanismo. Ma finché non lo riconosciamo come tale, continuiamo a interpretarlo come un fallimento personale e a fare esattamente le cose che alimentano il problema.
Tre modi in cui il sovraccarico si manifesta
Osservando le persone, e osservando soprattutto me stessa, ho individuato tre modalità ricorrenti con cui il sistema risponde quando è saturo. Non si escludono a vicenda: spesso si alternano nello stesso arco di una giornata.
La prima è l’iperattivazione. È il fare continuo, il cercare, il muoversi senza mai fermarsi davvero, e non intendo solo a livello fisico. È il bisogno di aprire un’altra app, guardare un altro video, leggere un altro articolo, aggiornarsi su quello che sta succedendo. Sembra curiosità, sembra informarsi, ma sotto c’è qualcos’altro: è il sistema che cerca di controllare ciò che non riesce a controllare, e lo fa aggiungendo elaborazione a elaborazione, in un circolo che non porta da nessuna parte se non a un ulteriore svuotamento.
La seconda è l’iperanalisi. È più sottile della prima, e per questo spesso viene scambiata per crescita personale. È la ricerca ossessiva di una spiegazione definitiva, di un pattern da comprendere, di una trasformazione interiore che finalmente risolva tutto. Anche questo è sovraccarico, solo più sofisticato. Il sistema è già saturo, e noi gli chiediamo di elaborare ancora, questa volta rivolgendoci verso l’interno invece che verso l’esterno, ma il meccanismo è lo stesso.
La terza è lo spegnimento. Quando le prime due non bastano più, arriva qualcosa che assomiglia all’apatia: la difficoltà a iniziare le cose, la procrastinazione, la sensazione di non riuscire a fare nulla di veramente significativo. Non è pigrizia. Il sistema ha esaurito le riserve e si mette in pausa forzata. Il problema è che spesso a questo punto arriva anche il giudizio su sé stessi, e il giudizio è un ulteriore consumo di energia in un sistema che non ne ha già più.
La dipendenza che facciamo fatica ad ammettere
C’è qualcosa che alimenta il sovraccarico più di quanto siamo disposti a riconoscere, e riguarda il rapporto che abbiamo con l’informazione. Il telefono è l’ultima cosa che guardiamo prima di dormire e la prima che cerchiamo al mattino, non perché abbiamo deciso che sia così, ma perché è diventato un automatismo talmente integrato nella giornata che quasi non lo percepiamo più come una scelta. L’illusione che ci muove è che sapere ci renda più preparati, più al sicuro, più capaci di affrontare quello che arriva. Ma ogni informazione che entra deve essere elaborata, e un sistema già saturo non ha la capacità di farlo. Quindi accumula e il livello di allerta cresce ancora.
Un esperimento che propongo spesso è questo: sperimenta un giorno, uno solo, senza aprire i social e senza ingurgitare le notizie. Non una settimana di digital detox, non un cambiamento radicale: un giorno, uno solo. Quello che quasi certamente succederà è che sentirai un’attivazione interna, un disagio, un impulso a controllare. Non è la prova di una dipendenza nel senso clinico del termine, ma è il segnale che c’è un automatismo che vale la pena osservare. E osservarlo – senza giudizio, senza drammatizzarlo – è già il primo passo verso qualcosa di diverso. È un po’ come qualsiasi forma di dipendenza: non ci si può lavorare finché non si riconosce la sua esistenza.
La differenza tra doversi disciplinare e scegliere
A questo punto è facile cadere nella trappola opposta: costruirsi un programma rigido, una lista di cose da fare e non fare, un regime. E lì si attiva quello che in Analisi Transazionale è chiamato il genitore normativo interno: quella voce che dice che devo mangiare meglio, devo fare più movimento, devo andare a letto prima, devo meditare. Il devo ha una caratteristica: genera resistenza. E la resistenza consuma energia. Quindi paradossalmente, più ci diciamo cosa dovremmo fare, meno riusciamo a farlo, e più ci sentiamo sbagliati quando non ci riusciamo.
C’è un esercizio semplice ma che trovo particolarmente utile. Prendi un foglio, dividilo in due colonne, e scrivi da una parte tutti i “devo”. Tutti, senza filtro, lascia che emergano. Poi, per ognuno, spostati nell’altra colonna e prova a riscriverlo come “scelgo”: scelgo di mangiare in modo che mi dia energia, scelgo di mettere il telefono nell’altra stanza perché dormo meglio, scelgo di non guardare le notizie la sera perché ho notato che mi attivano. La differenza non è solo semantica. Il “devo” ti posiziona come qualcuno che subisce una regola; il “scelgo” ti posiziona come qualcuno che esercita una responsabilità. Qualcuno che esercita la sua sovranità. E quella posizione cambia completamente il modo in cui il sistema risponde.
Non lo chiamo pensiero positivo che trovo spesso controproducente perché tende a sovrascrivere invece di integrare. Lo chiamo pensiero potenziante, nel senso che parte da dove sei davvero, riconosce quello che c’è, e da lì sceglie consapevolmente la direzione.
Da dove ricominciare, concretamente
Ci sono cose piccole che si possono fare subito, non come programma da seguire ma come esperimenti da osservare.
Mettere il telefono fuori dalla stanza da letto è una di queste. Non perché sia una regola, ma perché il momento del risveglio è uno dei più vulnerabili dal punto di vista del sistema nervoso e riceverlo immediatamente pieno di notifiche e notizie è un modo per attivare il protocollo di emergenza prima ancora di essersi alzati. Una sveglia normale risolve il problema tecnico e il guadagno in termini di qualità del risveglio è misurabile nel giro di qualche giorno.
Imparare a riconoscere in quale delle tre modalità ci si trova – iperattivazione, iperanalisi o spegnimento – è un’altra cosa concreta. Non per correggersi immediatamente, ma perché la consapevolezza di dove si è cambia già qualcosa nel modo in cui ci si relaziona a quello stato. Se so che sono in iperattivazione, posso fare la scelta consapevole di fermarmi anche solo cinque minuti. Se so che sono in spegnimento, posso smettere di aggiungerci sopra il giudizio e dare al corpo quello che chiede.
E poi c’è il corpo, che in tutto questo tende a essere l’ultimo a cui si presta attenzione, mentre è il primo punto di accesso reale al sistema nervoso. Non serve una pratica elaborata: portare l’attenzione ai piedi sul pavimento, fare un respiro consapevole, sentire il peso del corpo sulla sedia. Sono cose che sembrano banali ma che fisiologicamente interrompono il circuito di attivazione. Funzionano non perché ci si crede, ma perché è quello che fa il sistema nervoso quando smette di percepire una minaccia.
Ho parlato di tutto questo più distesamente in una diretta dedicata ai Triuners, partendo da quello che osservo nelle persone con cui lavoro e da quello che ho attraversato in prima persona. Non da una posizione di chi ha risolto tutto, ma di chi ha smesso di interpretare il proprio stato come un problema da correggere e ha iniziato a leggerlo come un’informazione da cui partire. Se vuoi approfondire questi temi con più strumenti pratici, sta inoltre partendo un percorso specifico di 4 moduli dal titolo: il Guerriero Consapevole.
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